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QUALE GIUSTIZIA?
 
di Angelo Remedia, Responsabile Nazionale Giustizia di LEGA ITALIA
 
3/8/2010 - La Giustizia in Italia è paralizzata, quasi morta. Ed i provvedimenti ormai annuali di strombazzate ed altisonanti riforme sono sempre finiti nel nulla.
 
Sappiamo che per l’esercizio della Giustizia occorre da un lato un corpus ben definito di leggi e norme, e dall’altro una struttura amministrativa/giudiziaria che applichi con equilibrio, ed in nome del popolo italiano, le norme al caso concreto.
 
Domandandoci se esistono norme certe, la risposta più probabile è negativa;
 
Domandandoci se esiste una struttura amministrativa prima e giudiziaria poi, che abbia i requisiti di efficienza ed equilibrio, altrettanto la risposta più probabile è negativa.
 
Allora, il Popolo Italiano, davvero è ancora “padrone” della Giustizia? Se così non fosse, come ci si permette di nominarlo? 
In pratica, se un Magistrato emette una sentenza che il Popolo palesemente non condivide, in nome di chi l’avrebbe fatta?...
 
Tutti parlano di “emergenza” della Giustizia. Viviamo una quotidianità che è disastroso perciò, prima di disquisire di elevati principi etici o sfumature di diritto, dobbiamo anteporre i problemi pratici e grossolani rispetto a quelli più sottili e rimboccarci le maniche per riesumare un moribondo prima che diventi definitivamente morto.
 
Quali sono le ricette magiche? Due e semplici:
-          la prima deve rispondere ad una esigenza: tutti i cittadini devono poter conoscere le norme in modo semplice ed immediato; di qui la necessaria costrizione degli organi legislativi ad una semplificazione delle norme esistenti, soprattutto quelle stratificate ed intersecate tra loro;
 
 -      la seconda risponde ad un altro imperativo: efficienza ed autonomia economica. Questo comporta organizzare la struttura amministrativo/giudiziaria in modo autonomo ed efficiente sì da non rappresentare costantemente una perdita per le casse dello Stato;
 
Quanto alla prima esigenza ricordo che all’università strabuzzai gli occhi quando scoprii che era vigente, e lo è tuttora, l’art. 5 dell’Allegato E della L. 20 marzo 1865, n. 2248 che consente al Magistrato di disapplicare un atto amministrativo; una norma cioè che ha oltre 150 anni.
 
Quanto all’efficienza voglio comunicare un dato.
 
Normalmente un Magistrato ha udienza due mattine a settimana. Se non è in ferie, se non è in congedo, se non è in malattia, in missione o impegnato in attività privata di consulenza. E gli altri giorni studia i fascicoli, scrive i provvedimenti...
 
Un cancelliere lavora 5 giorni la settimana, se non è in ferie, se non è in congedo, se non è in malattia, in missione oppure, e per nostra fortuna sono pochi, al supermercato sotto il Tribunale a fare la spesa.
 
Ed il nord italia non si distingue molto dal sud italia o dal centro, per questo malcostume.
 
Con questi presupposti è ovvio che il personale è sempre insufficiente, qualunque sia il carico di lavoro.
 
Se a questo ci aggiungiamo i dissennati tagli ministeriali, che fanno rimanere alcuni uffici perfino senza la carta o le penne, diventa una naturale conseguenza il fatto che le cose non funzionano.
 
Anzi qualcuno potrebbe anche pensare che volutamente non funzionano.
 
Mediamente un avvocato fa udienza tutti i giorni feriali, studia, scrive atti, riceve clienti, ecc, tutti i giorni. Se il suo omologo (magistrato) lavora 2 giorni  per lo Stato e qualcun altro giorno per sé (docenze, arbitrati, consulenze, …) non c’è da stupirsi se esiste arretrato e disfunzioni.
 
Allora il rimedio alla catastrofe potrebbe essere proprio la trasformazione della “struttura giudiziaria” da struttura economicamente dipendente dallo Stato in struttura economicamente autonoma ma sottoposta alla vigilanza dello Stato. E questo valga anche per il sistema carcerario perché non è affatto giusto che il condannato con sentenza definitiva debba vivere sulle spalle della cittadinanza che paga le tasse, inclusa la parte offesa dal reato.