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LE RAGIONI IDEALI
Carlo Taormina, Fondatore e Presidente di LEGA ITALIA 

  1. L’approdo del bipartitismo verso il dispotismo.

L’evoluzione del bipolarismo in bipartitismo è servita a mettere maggiormente a nudo i difetti di un sistema, certamente buono in sé, come è dimostrato dalle democrazie occidentali, ma attuato malamente nel nostro Paese.
L’esperienza del Partito Democratico, dove le due o tre anime che vi albergano non solo non convivono ma si scontrano l’una con l’altra, dimostra che quanto di buono potrebbe provenire dalla sinistra moderata è sistematicamente bloccato non meno di quanto si verifica nei rapporti con la sinistra estrema, oggi nefandamente estraniata dal Parlamento. Questa conflittualità non produce danni solo per la sinistra, come se non bastasse, ma è all’origine della impossibilità di un costruttivo confronto tra maggioranza ed opposizione e quindi si traduce in un pregiudizio per l’attuazione della stessa democrazia in Italia.

 

Non è possibile attendersi cose migliori dal Popolo delle Libertà, come è comprovato dai dissidi interni che attualmente si vanno consumando e che vengono occultati dagli interessi di potere connessi alla gestione del governo e del sottogoverno nonché dalla operatività di un elemento di coesione rappresentato dalla presenza di un forte leader come Berlusconi, dal quale deriva l’oscuramento di ogni cosa e di ogni altra personalità.

Non è casuale che figlie di queste anomalie siano la crescita di forze politiche come la Lega Nord che ha rifiutato l’ingresso nel Popolo delle Libertà e la tenuta dell’U.D.C:, perchè la litigiosità ed anche la preoccupazione per lo stabilizzarsi di un pericoloso meccanismo di radicazione degli effetti del bipartitismo, si traducono in una attrazione progredente verso aggregazioni politiche che non si identifichino con alcuno dei poli contendenti e che risultano rappresentare un approdo in qualche modo equilibrato e tranquillo. Non è nemmeno la logica del “terzo polo” a dettare questa indiscutibile tendenza e nemmeno agisce l’idea di rifiuto di etichette di “destra” o di “sinistra”, ma è soltanto l’esigenza di evitare un futuro fatto della prevaricazione di una parte del Paese in danno dell’altra.

 

Sul piano della gestione della politica generale, “questo” bipartitismo, ha prodotto due effetti devastanti che sono sotto gli occhi di tutti e che è inutile e dannoso attribuire ad uno o ad un altro dei partiti, perché sono da entrambi causati.

 

Il primo effetto è l’intollerabile conflittualità tra i due poli dalla quale deriva la logica della soverchieria, non tanto di uno rispetto all’altro, ma di una parte dei cittadini rispetto all’altra. E’ inutile insistere nelle contrapposizioni o nei rifiuti sistematici del confronto, perché, da chiunque sia detenuta la maggioranza, i governi sono per tutti i cittadini, come il legislatore è per tutti i cittadini e, pur nel dirigismo politico del “vincitore”, le soluzioni migliori e destinate al successo nel tempo sono quelle che coniughino le varie impostazioni ideali e tengano conto delle necessità di tutti.

 

Il secondo effetto deleterio di questo bipartitismo è la istituzionalizzazione di un sistema di dittatura, di volta in volta impersonato dal leader vincitore della competizione elettorale. Tutto si è trasformato alle spalle della Costituzione Repubblicana, perché il potere del capo del governo oggi esistente è di una dimensione tale che mai il passato repubblicano ha avuto. La compenetrazione tra poteri tradizionali del premier e bipartitismo si è trasformata in un’autentica miscela esplosiva, per effetto della quale il presidente del consiglio dispone di un potere dittatoriale non dissimile da quello che caratterizzò il ventennio fascista. C’è, anzi, qualcosa di più, se si considera che il governo dei mezzi di informazione – oggi mille volte più di ieri – consente di mediatizzate – spesso al di fuori della realtà – capacità, poteri, opere, personalità e quant’altro si voglia. E’ fortemente indicativa della esattezza di questa diagnosi, l’affermazione riferita – e non contestata – all’attuale premier, secondo cui non si saprebbe che farsene di tutti i parlamentari eletti perché ne basterebbero trenta in tutto. C’è da soggiungere che non si comprende, in questa logica, perché conservare anche questi trenta parlamentari. E che così sia, del resto, è comprovato dal sistema elettorale vigente, voluto dall’imperante dittatura, per il quale gli elettori non contano più, perché deputati e senatori, come i ministri e come gli esponenti del sottogoverno, sono prescelti dai capi di partito con criteri che solo loro conoscono e che, buonissimi che siano, non valgono la prerogativa costituzionale del cittadino di mandare in Parlamento coloro che sono ritenuti più meritevoli.

 

 


2. Le cause del blocco del sistema politico. 

 

Non è dubbio che “questo” bipartitismo, evolutosi nell’indicato senso verticistico ed antidemocratico, sia destinato ad essere raffigurato come una transizione verso un sistema più compiuto, capace di sintetizzare il meglio del passato della prima Repubblica e del tempo presente, sicuramente positivo sul piano della evidenziazione di esigenze decisionistiche e semplificatrici dello scenario della politica e delle istituzioni. Il futuro appartiene sicuramente ad una formula che imprima al sistema ma spiccata tendenza alla tutela dall’interesse generale, troppo frequentemente messo all’angolo fino ad oggi a cagione delle segnalate degenerazioni.

 

Questa previsione evolutiva, peraltro, non può che essere il frutto di un preciso processo, donde la configurazione della fase transitoria di cui si è detto, ed è necessario che esso sia attuato e soprattutto governato. Il berlusconismo, filosofia politica tanto poco studiata dai politologi quanto di insospettabile spessore culturale, è certamente destinato a dominare parecchi decenni del nuovo secolo, ma l’elevarsi del suo teorizzatore dall’agone politico e partitico, fenomeno parzialmente già in atto, è destinata a trasformarla in una causale evolutiva che passerà per un rimescolamento radicale dalle carte. La posizione di vertice del leader, in dimensioni mai conosciute dalla storia italiana, è collante della formazione partitica del Popolo della Libertà ed è il fondamento della conduzione della politica di governo che, come detto, si è tradotta ormai nell’assorbimento nella sua persona di ogni istanza, di ogni iniziativa, di ogni decisione.

 

La questione dal dialogo tra maggioranza e opposizione è un poco l’emblema del malessere che affligge oggi il sistema degradato nelle sue cifre di democrazia. Non è contestabile che l’atteggiamento stupidamente ostruzionistico, delegittimatore, culturalmente volgare che va mantenendo la sinistra, non vada assolutamente nella direzione dell’attuazione della politica del dialogo, come non è contestabile che tale impostazione dell’opposizione attuale sia imposta dalla esigenza di individuare causali di mantenimento di una aggregazione che le molteplici ed inconciliabile anime del Partito Democratico da sempre impediscono. Peraltro, non è dubitabile che la maggiore responsabilità della impraticabilità della politica del dialogo sia sempre della maggioranza e non dell’opposizione. Nessuna questione che, di fronte alla renitenza della sinistra, la maggioranza debba andare avanti per la sua strada e debba far valere la logica dei numeri, perché questo significa rispetto dell’elettorato, ma la ricerca del terreno o del tavolo del dialogo non deve mai cessare ed è logico che ciò implichi concessioni o rinunzie che, se fatte nell’interesse generale che del dialogo è l’essenza finale, rendono più forte la maggioranza, ma soprattutto sono fonte di stabilità del sistema. Ed è, questa, la radice della degenerazione del bipartitismo.

 

 

In questo momento storico prevaricazione, omissione sistematica della tutela dell’interesse generale, mancanza del dialogo esistono perché è necessaria la presenza di un elemento nello scenario della politica che faccia da intermediario tra maggioranza e opposizione per dare al sistema medesimo, nella distinzione delle ispirazioni ideali, una teleologia di rispetto delle esigenze di tutti i cittadini. Sbagliano alcune attuali componenti politiche nell’evocare un novello centrismo per darsi una ragione di esistenza. Il centrismo è definitivamente liquidato dalla storia e si da il nome di “centro”, in realtà, a questa esigenza ormai insopprimibile di intermediazione per sbloccare questo scenario della politica, basato su un bipartitismo egoista e parziale. Compito della intermediazione che qualcuno deve pur assumersi e che qualcuno si è pure assunto, ma non mantenendo il necessario distacco da una od altra componente del bipartitismo, è quello di traghettare il sistema politico verso un bipartitismo maturo, equilibrato, equinanime che sappia imprimere alle istituzioni il volto della tutela di tutti.

 

I cittadini italiani hanno dato prova di avere disponibilità ad abbandonare l’astensionismo elettorale più che altro però per le forti e spesso false pressioni mediatiche alle quali sono stati sottoposti. Ma nel periodo del bipolarismo e poi del bipartitismo hanno mediamente manifestato una forte tendenza a non dare a nessuno il consenso elettorale. Al di là, peraltro, della valutazione di questo dato, ce ne è un altro, molto più significativo, che è quello della disaffezione verso la politica che deve essere presa in considerazione per misurare l’inaccettabilità della degenerazione del sistema. Le ragioni di questo diffusissimo stato d’animo dei cittadini, sta proprio nelle ragioni fin qui esplicitate e nella assoluta marginalità dei tentativi attuati per sbloccare l’ingessatura imposta a bipolarismo e bipartitismo. Questa disaffezione non riguarda soltanto le forze politiche, come se non bastasse, ma tutte le istituzioni. Non se ne salva nessuna: sono “casta” la magistratura, le università, il mondo della sanità, i potentati economici, le oligarchie dell’informazione, le istituzioni parlamentari, il comparto della burocrazia, persino quello dei sindacati. Dove la “casta” designa un significato oscuro e profondamente negativo, che non è critica, che in qualche modo conosce persino una valenza positiva, ma è pericolosissimo ripudio, da cui non possono non derivare nel lungo periodo finalità eversiva. Qui, comunque, il fenomeno, assolutamente indiscutibile, interessa come ulteriore causale del blocco del sistema democratico, di cui può agevolmente prevedersi uno sbocco in un tasso di astensionismo oltre ogni più pessimistica previsione, che si colloca accanto alle degenerazioni dello scenario della politica sopra dette.

 

Non è possibile dire quanto possa durare questa fase transitoria perché ne sono note solo le ragioni logiche di una sua possibile conclusione, che implica l’attuazione del bipartitismo maturo. E’ un dato certo, però, che questa fase reclama componenti politiche distaccate dalle forze integranti il bipartitismo, alle quali non può più appartenere, per il degrado accumulato, l’obiettivo della rigenerazione del sistema corretto. Forze politiche distaccate alle quali spetta la funzione storica di affermare il bipartitismo maturo, approdo, questo, che segnerà anche il venir meno della loro ragione di esistere.

 

3. Il processo di “fascistizzazione” di Forza Italia  

 

Questo taglio verticistico, da potere assoluto, inventato in un contesto costituzionale – quello proprio della fondazione della Repubblica –che non offre contrappesi a forme di strapotere, non è divenuto soltanto la prerogativa del vincitore delle elezioni ma, specialmente nel centrodestra, sta metastatizzandosi in forma organica nella strutturazione dei soggetti politici. Il Popolo delle Libertà è nato dall’uso di battute e di bacchette magiche, non già da processi seri e democratici. Non v’è dubbio che il Popolo delle Libertà abbia avuto una genesi anche popolare o, meglio, populistica di carattere emotivo ed anche intrisa di convinzione, ma la costituzione di un partito ha bisogno di passaggi, la cui mancanza si sconta prima o poi. Passaggi indispensabili anche per capire se vi siano le condizioni perché la costituzione avvenga. L’esempio di quel che accade nel Partito Democratico dovrebbe essere di insegnamento per tutti.

 

L’avvenuto scioglimento di Forza Italia e Alleanza Nazionale perchè insieme costituissero il Popolo delle Libertà, passando dalla logica di coalizione al partito unico, ha trasformato la più geniale intuizione del’era repubblicana in un pericolosissimo strumento di aggregazione e di esercizio del potere. Quando vecchi appartenenti ad Alleanza Nazionale criticano il modo in cui il Popolo delle Libertà si sta affermando censurando in ispecie il metodo dittatoriale di assemblaggio delle due forze politiche e le tecniche di acquisizione del potere all’interno del nuovo soggetto, non si è in presenza di una saggia e democratica presa di posizione, bensì di una sorda faida tra due assolutismi e chi critica accusa gli altri solo per non essere accusato. Questo va detto perchè, contrariamente al messaggio che mistificatoriamente si irradia di una volontà fagocitatrice di Forza Italia a danno di Alleanza Nazionale, in realtà si sta verificando il processo inverso.

 

Questo processo può essere definito di “fascistizzazione” di Forza Italia, un movimento politico irripetibile al quale fu affidata una autentica rivoluzione liberale, non realizzata solo per la incapacità dei protagonisti, e che va progressivamente disperdendo persino lo zoccolo duro popolare che ne ha garantito autorevolezza e successo.

 

 

Il processo di “fascistizzazione” del centrodestra, in corso di realizzazione attraverso il Popolo delle Libertà, dispiace a gran parte dei “forzisti” ma non dispiace ai vertici di entrambe le componenti impegnate nella conduzione del processo medesimo. Il Popolo delle Libertà nasce non casualmente, dunque, da battute e da bacchette magiche né casuale, sarà, guardando la sostanza, l’assenza di ogni forma di democrazia interna, al di là delle apparenze, come, del resto, è stato fino ad oggi in Forza Italia ed in Alleanza Nazionale.

 

 

Tutto ciò non è casuale perchè è in connessione causale immediata e diretta con la forma di dittatura imposta a favore del vincitore delle elezioni nella gestione della politica del Paese. Ad un vertice che è il centro del mondo, che ignora ministri, che nomina i parlamentari per poi dichiararne la inutilità, è funzionale un partito che non esiste, nel quale ha il comando assoluto di generali e truppe, ma non nel senso che ad essi siano riservati compiti esecutivi bensì nell’altro di sapere di dover mettere all’ammasso il cervello e di sapere non esistere.

 

La morte di Forza Italia è l’epilogo di una lunghissima ed assai sofferta e lenta agonia. La sua “fascistizzazione” attraverso il travaso nel Popolo delle Liberà è l’approdo di due omologhe causali, con le quali si è consumato il tradimento verso il grande consenso raccolto e che avrebbe potuto essere persino superiore.

 

Ha ucciso Forza Italia, anzitutto, la assenza assoluta, da quando è nata, di qualsiasi forma di democrazia interna. Vertici regionali e nazionali capricciosamente scelti dal capo e per il resto congressi fantasma con il candidato imposto prima di cominciare. Questa caratteristica non poteva che produrre – ed ha prodotto – due conseguenze. Difficile poter dire della esistenza di un movimento quando fisicamente non sono mai esistiti attivismo, confronto, presenza. In secondo luogo, la degenerazione nella formazione di ristrettissime cerchie di potere, a livello regionale, provinciale, comunale, nazionale, con conseguente esclusione o divieto di ingresso di chi non fosse gradito all’oligarchia, ha fatto il resto. Ragione di tutto ciò era, però, non tanto il disinteresse del capo, quanto la funzionalità del sistema alla mutata logica del capo, involutasi dal liberalismo verso forme autoritarie quanto personalizzate di esercizio del potere che, portate a lungo avanti, mortificano la politica, non solo i partiti.

 

 

Ha, poi, ucciso Forza Italia la piega presa dal suo capo nella gestione della politica nazionale in tempi di opposizione come in tempi di “maggioranza”. Non è assolutamente in linea con l’anima liberale del movimento, il prorompente protagonismo fino all’annullamento di ogni altra cosa o persona e soprattutto fino alla alterazione di ogni valore che sta alla base del già notato snaturamento del bipartitismo, che, invece di essere solo e soltanto strumento di semplificazione della politica, è divenuto fonte di uno strapotere che contraddistingue l’Italia dagli altri Paesi Europei e che la distanzia persino dal verticismo americano, dove almeno esiste il contrappeso del Congresso, di cui il nostro Parlamento è una autentica caricatura.

 

Per queste ragioni è morta Forza Italia. L’hanno uccisa gli oligarchi in oltre dieci anni di prevaricazioni e di sopruso, essa ha dato il colpo di grazia il suo creatore conformando l’esercizio del potere ad una logica illiberale, fino a pervaderne l’intero sistema politico e di governo.

 

Né si dica che questi non sarebbero tempi per aver a che fare con i fronzoli della democrazia perché ci sarebbe bisogno di tempi brevi di elaborazione delle soluzioni e di un decisionismo, la cui assenza spesso sarebbe stata causa dei mali del nostro Paese. E’ vero che questa motivazione che si adduce per giustificare le scorciatoie, come il ricorso sistematico ai decreti legge, come le malaccorte scelte riformiste, come l’assegnazione caligona delle “poltrone”, attrae e persino convince la gente, ma compito della riflessione politica è quello di saper prevedere dove possono portare certi percorsi e l’esperienza storica è piena di esempi negativi.

 

 

Né, infine, si dica che un simile sistema sia funzionale al contrasto della sinistra e soprattutto di quella radicale. Questo è, sotto certi profili, anche vero ma, a parte la doverosità del ricordo che da quando esiste Forza Italia, per due volte la sinistra è andata al governo, l’imbastardimento della logica democratica, prima o poi destinato a verificarsi, deve essere evitato attraverso metodologie forse anche meno efficaci e meno tempestive, ma ugualmente da praticare, avuto riguardo alla gravità delle conseguenze che possono verificarsi non avvalendosene.

 

 

 

 

4. L’imparzialità di Forza Italia. Un valore da rilanciare.

 

 

Forza Italia non è mai stata una formazione politica di destra. Non è mai stata contraria alla destra come non lo è stata nemmeno alla sinistra. Forza Italia è sempre stata contraria, invece, agli estremismi di destra e di sinistra, nella convinzione che tutte le forze democratiche debbono contribuire alla gestione del Paese. Sono stati gli uomini, sono state le forme di esercizio della politica, sono state le strumentalizzazioni di comportamenti e di iniziative a far debordare non già gli ideali ma la pratica della politica verso un piano inclinato che oggi risulta concluso con la sua “fascistizzazione” attraverso il transito nel Popolo della Libertà. Del resto, la varietà delle componenti confluite in Forza Italia, dai socialisti ai liberali, dai cattolici ai laici, sta a dimostrare che il movimento nacque e fu ideato con una visuale ecumenica, salve le ali estreme. Questo ragionamento deve essere portato un poco più avanti perché, come la storia della straordinaria creatura generata dal suo capo dimostra, a Forza Italia hanno dato potente contributo non solo larghi strati sicuramente popolari e spesso appartenuti in passato a formazioni di sinistra anche fortemente caratterizzate, ma tutte le componenti della società, lavoratori come imprenditori, piccoli imprenditori come industriali, artigiani come commercianti, sono risultati tutti affascinati dall’idea di risolvere i problemi sul piano, per così dire, tecnico e non ideologico, nel quadro di una economia di mercato ormai definitivamente accreditata dalla storia, di un liberismo e di un liberalismo temperati dalla solidarietà su cui nessuno più osa discutere, abbia una matrice di destra o di sinistra secondo le antiquate categorie della nostra politica.

 

 

 

 

Tutto ciò dimostra una straordinaria caratteristica di fondo rivestita da Forza Italia. Potrebbe apparire un paradosso giacchè si sta parlando di una componente politica, ma la grandezza di questo soggetto risiede proprio nella sua refrattarietà ad essere irreggimentata nel perseguimento di uno specifico obiettivo o di un settoriale interesse, quello dei bianchi o quello dei neri, quello dei ricchi o quello dei poveri, quello dei lavoratori e quello dei datori di lavoro. Forza Italia, sotto questo profilo, diversamente da quanto è sempre accaduto per qualsiasi formazione politica finalizzata a determinati interessi che la fanno perciò appunto un partito mancava di politicità in seno tradizionale ed era invece intrisa di politicità nel senso originario del termine. La “polis” complessivamente considerata, per tutti, per ognuno, per i problemi e non per altro.

 

 

Questo il mostro di genialità che si è voluto eliminare ed anzi contaminare nei termini prima indicati. Questo, però, anche il bene prezioso che deve essere recuperato, rigenerato, rafforzato, integrato affinchè ciò che ad esso si è fatto di male non debba più accadere. Ed è evidente, anzitutto, che il suo riemergere nell’ambito di uno scenario politico assai diverso dal quello del 1993, non può che conferire ad essa una diversa collocazione topografica ed ideale rispetto al passato. Con un Popolo delle Libertà fortemente pendente a destra e comunque verso posizioni altamente verticistiche e tendenti a non indifferenti inflessioni stataliste, e con un Partito Democratico volgente tra sinistra e cattolicesimo integralista di base, la riemersione di una componente politica che voglia rinnovare i fasti originari di Forza Italia non possa che essere se stessa, né di destra né di sinistra, per quanto possano ancora valere queste semplificazioni, e non possa esprimere aspirazioni ad inglobamenti di sorta. Chi nasce dichiaratamente per essere inglobato nel Popolo delle Libertà, nasce morto e non ha nemmeno ragione di nascere. Nascere oggi significa occupare uno spazio che non è di nessuno, né della sinistra perché Forza Italia non lo ha nemmeno mai concepito, né della destra perché è la stessa esistenza di questa ultima o, meglio, la trasformazione di Forza Italia in simile direzione, a costituire la ragione per la quale può venire al mondo una componente politica come quella di cui si sta parlando.

 

 

Insomma, una strana sorte quella di Forza Italia. Invece di trasformare il mondo si è fatta trasformare per colpa dei suoi interpreti ed ora deve rivivere altrimenti, perché il suo spazio politico, nelle moderne visuali nazionali, europee, mondiali è indispensabile se si vuole mantenere la democrazia, quella democrazia che questo bipartitismo sta modificando, per colpa delle condizioni in cui è stata ridotta Forza Italia.

 

 

Non c’è bisogno di dire che queste sono le radici storiche ed ideali di LEGA ITALIA, come non c’è bisogno di evidenziare quale sia la tavola degli ideali di questa nuova componente perché essa si ritrova nei contenuti del “Libretto azzurro” di Don Gianni Baget Bozzo che non serve più ad un Popolo delle Libertà, che pochissimo ha da spartire con le nobili origini di Forza Italia.

 

Sarà la specificazione dei contenuti di Lega italia a dare concretezza e compiutezza dei confini a questo generale obiettivo.